Il Nuovo Tango – di Leopoldo Marechal
Posted By Pietro on 28 febbraio 2010
(articolo di Leopoldo Marechal, tratto dal sito web http://www.psicotango.com.ar/libros.htm)
Non potendo esser concorde con la realtà che vive oggi il paese, sto solo ed immobile: sono un argentino che spera. Questo per quanto riguarda il paese. Quanto a me stesso, la cosa è diversa: se approdando a questa terra i miei nonni hanno tagliato il filo con le loro tradizioni e distrutto la loro tabella di valori, a me tocca riannodare quel filo e ricostruirmi secondo i valori della mia razza. Procedo in quel senso. E credo di poter affermare che, quando tutti faranno lo stesso, il paese avrà una dimensione spirituale. (Adán Buenosayres)
“Io penso,
con P. Saint-Yves che,
quando i popoli avranno capito
gli insegnamenti del folklore,
solo allora si aprirà l’era della
pace autentica per l’umanità.”
(Alfredo Poviña)
E’ curioso osservare come va manifestandosi il boom tanguero nell’attualità, non solo nel paese, con la crisi, bensì nel mondo intero, ergo, con la crisi. Tale evento non può sfuggire alla nostra attenzione, come società abbiamo il dovere di soffermarci su questo punto. Il tema è poter trarre vantaggio da questo, nel senso migliore, e circoscrivere quell’improvvisazione che tanto spesso ci ha salvato ma che altrettanto spesso ci ha affondato. L’ostacolo che ci affligge in ciò che riguarda la sistematizzazione di un programma serio deve essere rimosso nell’immediato per potere iniziare ad essere credibili. Tanto i campionati quanto le riunioni internazionali che vengono organizzate a livello di ballo nel paese, ad oggi, lasciano molto a desiderare. Nel contempo balza all’occhio un segno di peggioramento e di mancanza di ottimizzazione sia dei luoghi meravigliosi, che la città possiede per organizzare feste pubbliche, sia dei programmi di turismo paralleli a quel che è specificamente tanguero (occorre tener conto che, in prossimo futuro, questo si moltiplicherà). E’ chiaro che si tratta di un fenomeno che comincia appena a delinearsi, cioè, di una prova tangibile che comincia gradualmente ad irrobustirsi con intensità, ma su presupposti ormai caduchi per le generazioni ed i tempi prossimi.
Il Tango-Danza nella sua vitalità
Potremmo dire che, all’inizio, era il ballo di arrabal (sobborgo) e le payadas, che, a suo tempo, era la lirica di Gardel e Le Pera, in un secondo tempo, la musica delle grandi orchestre del ‘40, più tardi, i cantanti, poi, Piazzolla, fino ad oggi, momento in cui si sta verificando un ritorno alla Danza. Cosa interessante dal punto di vista evolutivo e dialettico. Vengono “scodellate” decine di milongas per notte e luoghi per imparare a ballare; ogni giorno sono sempre più numerosi gli studi di danza che aprono i battenti e maggiore è l’allenamento che i ballerini sollecitano per le loro esibizioni richieste nel paese e all’estero. C’è un boom attraente riguardante l’interesse dei giovani rispetto a ciò, non solo dei giovani argentini, bensì di tutto il mondo: il suo impatto, tra l’altro, viene a riaffermare quell’”europeismo” del “voler essere” che segna l’impronta, nel contempo, dell’immagine personale.
Il salto generazionale ci viene indicato come fondamentale perché la rinascita si sviluppi con una tale vitalità. Sebbene, nel suo insieme, un’apertura che lascia un “buco” non serve mai da condotto per recuperare le forze perse. C’è un vecchio adagio cinese che dice che “occorrono tre generazioni per ottenere “la buona porcellana” fine”. Possiamo usare anche la metafora fornitaci dal ballerino e ricercatore Rodolfo Dinzel, in cui ci spiega che il tango è come un mostro gigante a tre zampe, da conoscere: la danza, la musica e la poesia (lirica), per cui è indispensabile che ne muova una alla volta, perché se le muovesse tutt’e tre contemporaneamente, cadrebbe. Ciononostante, è ormai risaputo un certo cambiamento nella struttura musicale mentre giungono alla ribalta nuove orchestre di persone giovani non senza richiamare l’attenzione.
Concordiamo sul fatto che il Tango-Danza sia il nuovo leader della nostra cultura. È il fenomeno che attualmente sta esprimendo in anteprima gli elementi che compongono il “miracolo” del tango. Il boom che potremmo misurare quantitativamente in quantità di ballerini, milongas e campionati negli ultimi anni, è stato notevole. Sono sempre di più le persone che si avvicinano ai “templi” tangueri, quali gli spettacoli di ballo che vengono offerti al resto del mondo. Tutti vogliono ballare e ne avvertono la necessità attraverso la richiesta del loro corpo. La indica in modo chiaro la “zeitgeist” (tendenza culturale predominante, o spirito del tempo) attuale. È la rivincita dello spirito che si scatena per raccogliere adepti, la sua insistenza riporta il contrappunto attuale, lo stato dell’anima chiede d’esser riconosciuto. L’unione tra corpo e spirito promossa dalla danza, nella sua forma mandalica, fa sì che quella richiesta sia ineludibile.
La cornice che si dà del ballo del tango, nella Città di Buenos Aires, è di un ambito ampio e in crescita. Le persone provenienti da altri paesi trovano nella città un luogo unico al mondo per esercitarsi in questo ballo ed impregnarsi di cultura di tristezza e raffinatezza. La cosa certa ed indiscreta è che la nostra città condensa questo potenziale che promuove dolore, speranza, libertà e identità (leggi: processo di individuazione, o autoconsapevolezza).
(traduzione di Pietro Adorni – 24/2/2010)
Roberto Goyeneche – El Polaco
Posted By Pietro on 7 febbraio 2010
Nacque il 29 Marzo 1926 a Urdinarrain, Entre Ríos, Argentina.
Molto giovane si trasferisce nel quartiere di Saavedra Capital Federal, Buenos Aires, Argentina.
Il “Polacco” inizia la sua carriera come cantante dell’orchestra di Raúl Kaplún nel 1944, a 18 anni,
insieme al cantante Ángel Díaz “El Paya” (che sarebbe il responsabile del suo soprannome).
Di questo periodo non sono rimaste testimonianze discografiche.
Il “Polacco” che conosciamo inizia la sua epoca d’oro quando entra nell’orchestra di Horacio Salgan nel 1952 e nel corso di nove anni come cantante di Aníbal Troilo.
In molti cercheranno nello stile di Carlos Gardel e Edmundo Rivero le influenze d’ispirazione di Goyeneche che però non ha mai copiato altri.
Si realizza quale modello intramontabile di interprete, che ha saputo rispettare gelosamente i testi dei tanghi e trovarne il senso estetico profondo delle melodie senza distorcerle.
Ha vissuto a Saavedra per 68 anni; dove, a 14 anni, cantava per aiutare la famiglia e la madre vedova.
I insegnanti di Goyeneche sono stati diversi: Gardel, Le Pera, Cátulo Castillo, Homero Manzi, José María Contursi, Homero Expósito, Discépolo, Cadícamo.
Ma senza dubbio è stato Troilo ad insegnargli il segreto del fraseggio.
Oltre alle sue incisioni discografiche con “Pichuco” (Aníbal Troilo), Goyeneche ha cantato anche con le orchestre di Armando Pontier, Atilio Stampone, Baffa-Berlinghieri, Roberto Pansera, Leopoldo Federico, Astor Piazzolla e Raúl Garello.
E proprio Garello ha ammesso di avere scritto per lui non meno di 110 canzoni.
Acclamato nel Chatelet de París –i critici lo avevano definito “Gardel reincarnato” – di lui hanno scritto che era capace di ammutolire il pubblico leggendo la Bibbia e di far restare a bocca aperta un’intera sala interpretando il tango “La última curda”.
E’ morto il 27 Agosto del 1997.
Fonte: http://www.robertogoyeneche.tango-tour.com.ar/
(traduzione di Pietro Adorni – 7/2/2010)
LA MARCA E L’ABBRACCIO
Posted By Pietro on 6 febbraio 2010
LA MARCA E L’ABBRACCIO
di Manuel González
http://www.elamague.blogspot.com/
Il tango forse invidia molte altre danze che possiedono migliaia di virtù e caratteristiche ammirevoli, ma nessuna come lo è L’ABBRACCIO nel tango.
Un abbraccio in un tango può raggiungere una tale finezza, sensibilità e unione col partner che consente di scoprire lo stato dell’altro/a: se è contento/a, se ha passato una brutta giornata, se non gli piace il nostro modo di ballare o se connettiamo anima e corpo; senza che siano necessarie le parole. Un abbraccio, in un solo tango, può trasmettere migliaia di sensazioni. In esso si può vedere se si ha cura, se si maltratta, se non si ascolta l’altro o la musica, se si è nervosi, se si cerca un’intesa, se si cerca il piacere del ballo o forse qualcosa in più. Come può una danza esser riuscita, e riuscire a far sì che un abbraccio sia un qualcosa di così incantevole?, Com’è che s’è sviluppato questo fatto fondamentale in cui ad ogni incontro del corpo e delle braccia siano possibili tali sensazioni?
E qui (forse per l’unica volta) mi esce di dentro il porteño, che mi fa dire:
“E’ perché noi argentini abbracciamo molto”. Lo facciamo ripetutamente coi nostri amici ed amiche, famigliari e persino a volte con conoscenti con cui ci troviamo solo a nostro agio. Penso che questa cultura sia meravigliosa e che, sebbene il tango abbia appreso da molte parti, l’abbraccio nel nostro paese si sia imposto quale base, quale caratteristica principale di questa danza. Basta osservare come nella maggior parte degli altri paesi, in cui pure si balla il tango, gli abbracci siano molto più freddi e distaccati, così come il ballarlo, nel quale si cerca di più l’aspetto spettacolare che non quello sensibile. Infatti, è molto, molto raro sentir parlare del Tango Milonguero in altri paesi (lo stile di tango che ha l’abbraccio più stretto, giungendo così al petto a petto e ad una comunicazione estremamente sensibile). Sento continuamente moltissimi stranieri dire che quando tornano a casa, dopo aver ballato il tango nelle milongas argentine, il ballo lì è un qualcosa che non possiede la stessa passione né il piacere; e che è impossibile non sentire la mancanza della terra argentina.
Parliamo della marca:
quando mi riferisco alla marca, intendo l’azione delle braccia, del petto e dell’intento del corpo nel guidare ed essere guidati. Tutto questo insieme è l’energia e il motore della danza. Ci sono marche tenere e marche sicure, ci sono marche forti e quelle esitanti. In questo caso, gli estremi sono qualcosa di terribilmente brutto: una marca troppo tenera può rasentare facilmente ciò che è incomprensibile, aritmico, dare sensazione di insicurezza, e nel contempo non curare l’equilibrio della donna. Nel caso di attesa/pausa della donna, questa non deve resistere con forza all’avanzamento dell’uomo ed ancor meno pesare col suo abbraccio, e neanche anticipare i passi o agire prima dell’uomo (questo viene chiamato “andarsene via” ) , di fatto, non va nemmeno bene che la donna segua l’uomo all’unisono, l’ideale sarebbe procedere con un millesimo di secondo di ritardo rispetto a lui per cercare di capirne i movimenti e proposte musicali; in questo modo, al momento di muoversi, si è già capito quel che viene proposto ed è quasi impossibile sbagliarsi.
Una marca forte, può essere chiara, ma se non “impara” a rilassarsi, può forzare la donna, causarle dolori o disagi nel corpo, dare una sensazione di asfissia ed un’idea che non si balli per dare piacere al compagno, ma bensì per mettersi in mostra, incuranti delle modalità.
Nell’attuazione della marca, l’ideale è cominciare ad imparare con una marca, o l’attesa, molto sicura, quasi forte, che l’insegnante si curerà di ammorbidire pian piano, fino ad ottenere poi un abbraccio con una marca tenera ma molto chiara. Persino i ballerini più avanzati, o veterani, farebbero bene a consultare insegnanti per rivedere le loro marche perché, spesso, dopo anni ed anni di ballo, si possono perdere di vista i parametri di quel che è una marca piacevole, e non si sa mai dato che le donne sono in genere riservate e gentili e non ci dicono in faccia i nostri errori. So questo dalle molte donne che si lamentano degli abbracci rigidi o flosci. Non c’è migliore giudice di una donna che ha ballato con noi, per sapere cosa sente dal nostro abbraccio.
Non necessariamente un uomo è un cattivo ballerino perché non ha una buona marca, però un abbraccio giusto, una marca precisa e attenta, fanno la differenza, alla grande, tra chi balla per eseguire e chi balla per sentire e farsi sentire.
Tutto deve girare o gira alla ricerca del “punto giusto” nel quale non ci sia pesantezza, morsa, forza né gesti bruschi. Questa ricerca deve essere infinita, cercando sempre di migliorarsi, senza mai fermarsi o arenarsi, pensando d’aver già raggiunto il meglio; una ricerca che, oltre ad essere condotta con gli insegnanti, può essere condotta da dentro, da se stessi. Pensando che ogni tango ed ogni ballo con un nuovo/a partner sono un’esperienza nuova per continuare a capire come comunicare meglio con l’altro.
L’abbraccio è una fusione che si crea in pochi minuti nei quali, se cerchiamo di essere generosi/e e sensibili, forse potremo trovarci immersi in una musica ed un silenzio che ci saranno complici al punto di commuoverci.
Vorrei porre come cornice a questi commenti, punti di vista e critiche, ed abbellirli, un frammento del testo di un tango. Per chi non lo ricordasse o non lo conoscesse, questo tango ha testo delizioso che, se letto così, semplicemente, può essere che non coinvolga; ma, se lo si è ballato qualche volta appassionatamente, forse ci toccherà nel profondo:
da “ASI SE BAILA EL TANGO” – “COSI’ SI BALLA IL TANGO” – 1942
Testo: Marvil (Elizardo Martínez Vilas).
Música: Elías Randal.
“Così si balla il tango
sentendo nel viso,
il sangue che sale
ad ogni battuta,
mentre il braccio,
come un serpente,
s’avvolge nella vita
che si fletterà.
Così si balla il tango,
mescolando l’alito,
chiudendo gli occhi
per sentire meglio,
come i violini
raccontano al baldoneón
perché da quella sera
Malena non ha più cantato”.
(traduzione di Pietro Adorni – 5/2/2010)
L’ultimo tango di Jose Toha
Posted By Pietro on 25 gennaio 2010
Sergio Vuskovic mi racconta gli ultimi giorni di José Tohá. –“S’è suicidato” –disse il generale Pinochet.
“Il governo non può garantire l’immortalità di nessuno”-scrisse un giornalista della stampa ufficiale.
“Era fragile di nerv”i –dichiarò il generale Leigh.
I generali cileni lo odiavano. Tohá era stato Ministro della Difesa del governo di Allende, e ne conosceva i segreti.
Lo tenevano in un campo di concentramento nell’isola di Dawson, all’estremo sud.
I detenuti erano condannati ai lavori forzati. Sotto la pioggia, nel fango o nella neve, i carcerati caricavano sassi, costruivano muri, posavano tubature, inchiodavano pali e tendevano recinzioni appuntite.
Tohá, che era alto uno e novanta, pesava cinquanta chili. Durante gli interrogatori, sveniva. Lo interrogavano legato a una sedia con gli occhi bendati. Quando si riprendeva non aveva la forza di parlare ma sussurrava:
“Ascoltami, ufficiale.”
Sussurrava:
“Evviva i poveri del mondo!”
Aveva passato un po’ di tempo giacendo nella baracca, quando un giorno si alzò. Fu l’ultimo giorno che si alzò.
Faceva molto freddo, come sempre, però c’era il sole. Qualcuno gli procurò un caffè ben caldo e il nero Jorquera fischiettò, per lui, un tango di Gardel, uno di quei vecchi tanghi che gli piacevano tanto.
Le gambe gli tremavano, e ad ogni passo gli si piegavano le ginocchia, ma Tohá ballò quel tango. Lo ballò con una scopa, entrambi magri, lui e la scopa, premendo il manico della scopa contro il suo viso da nobile cavaliere, gli occhi ben chiusi e molto sentire, finché ad una “vuelta quebrada” cadde a terra e non poté più rialzarsi.
Non lo videro mai più.
Eduardo Galeano.
(traduzione di Pietro Adorni – 24/1/2010)
Col tango facciamo la differenza
Posted By Pietro on 21 gennaio 2010
Il musicista, che ha messo radici a New York, ricorda il suo passaggio nel quintetto di Piazzolla e ci dà la chiave del suo modo di suonare.
http://www.lanacion.com.ar/nota.asp?nota_id=1221943
Notizie di Venerdì 15 gennaio 2010
Il pianista si esibirà questa sera col suo Chamber Trío.
Tre anni fa, Pablo Ziegler ha individuato in Brooklyn il posto giusto per tenersi in contatto col mondo. “Sto là perchè è più vicino al mio circuito di lavoro, che è in Europa e Asia. New York è una città che mi dà molto musicalmente”, racconta il pianista, che ha fatto parte del quintetto leggendario di Astor Piazzolla e che si trova a Buenos Aires per presentare un altro gruppo. Col Chamber Trío, il pianista delinea un progetto più camerístico – tramite il timbro che creano Héctor del Curto al bandoneón e la violoncellista coreana Jisoo Ok – mentre continua a cercare altri sound per il tango. “Continuo a sperimentare e mi piace il colore che producono gli archi. Lavoriamo essenzialmente con le mie composizioni ed alcuni temi di Astor”, dice Ziegler durante le prove, prima dello show di questa sera al Notorious.
L’ultima visita di Pablo Ziegler a Buenos Aires era stata in occasione di un nuovo incontro del Quintetto di Piazzolla con Gary Burton, un’esperienza che era culminata in due dischi e che era servita al vibrafonista per avvicinarsi al mondo tanguero. ” A Burton pesa molto il repertorio di Piazzolla, ma lo fa bene. In realtà s’appoggia al quintetto di Astor, perché benché sia uno dei migliori vibrafonisti, ha dovuto imparare a suonare il tango con noi; ed ogni volta che viene impara qualcosa in più.”
- ¿E’ stato difficile per lei proseguire dopo il suo lavoro con Astor?
-Per me è stata una fase importante. Ma nel quintetto avevo già molta musica scritta ed Astor lo sapeva. Mi dava corda perché componessi brani. Il mio primo disco è composto di musiche tutte mie ed è un quartetto che non aveva bandoneón. Dopo esser stato con Astor m’era dura lavorare con un altro bandoneonista.
-¿Com’è iniziato il lavoro sull’improvvisazione?
-Ricordo uno show a Montreal con quintetto in cui Piazzolla aveva improvvisato tutto l’assolo di “Tristeza de un doble A” (Tristezza di una doppia “A”)(*). E’ un brano di sei minuti che dura come fossero venti. In qualche modo il mio ingresso e quello di Oscar López Ruiz nel quintetto cominciano a scomporre tutto. Astor voleva avere un’apertura verso il jazz nel senso dell’improvvisazione. Ma mi diceva sempre che invece di andarcene dalla parte del jazz ce ne saremmo andati verso quella del tango. Quel che lui ha acquisito, io l’ho riprodotto coi miei musicisti e così è s’andata preparando un’apertura a un altro spazio del tango, qualcosa che suona contemporaneo, e che ha a che vedere con la Buenos Aires di oggi.
Attualmente Pablo Ziegler ricrea sessioni di jam tanguera nel club Jazz Standard di New York. “Da quel ciclo sono passati da Paquito di Rivera, a Joe Lovano e Kenny Garret, tra gli altri. Tutti si avvicinano al mondo del tango attraverso l’improvvisazione. Nel contempo c’avviciniamo tutti al mondo musicale dell’altro ed impariamo. Lì devi pelare e riordinare tutto.
-¿Qual’è il segreto per improvvisare nel tango?
-Devi prendere l’improvvisazione in sé. Non si tratta di improvvisare jazz, il segreto invece è improvvisare in linguaggio tanguero. Un modo è la modalità di tenere il ritmo con la mano sinistra. Diversi di quei precedenti e fraseggi li puoi prendere quale punto di partenza nelle cose che faceva il pianista Osvaldo Tarantino con Piazzolla. Quando ho cominciato io, la mia improvvisazione era molto jazzistica, ma dopo era apparso il tango. Per dieci anni mi son dedicato ad esplorarlo. Astor diceva che col jazz non potevamo competere, però col tango facevamo la differenza ovunque. Ed aveva ragione.
(*) Una doppia “A” è il bandoneón. La sigla “A.A.” riporta le iniziali di Alfred Arnold, il primo produttore ed esportatore di bandoneón in Argentina.
(traduzione di Pietro Adorni – 20/1/2010)
Miguel Angel Zotto y Osvaldo Zotto
Posted By Pietro on 16 gennaio 2010
Pubblicato su Facebook ieri alle 21.26
“Stamattina, al risveglio, dopo quasi tre giorni senza dormire, dopo aver ricevuto la notizia, mi son reso conto, infine, che non tornerò più a vedere Osvaldo ballare.
¿Come superare questo frangente, il più doloroso che abbia vissuto finora? ¿Come aiutare mia madre a superare questa situazione irreparabile? Che un figlio scompaia da questo mondo prima di sé è la cosa più pesante che possa accadere ad un essere umano.
Malgrado il dolore, sento che l’unico modo per mantener vivo il suo ricordo sia il preservare il suo lavoro artistico. Realizzare un film sulla vita di Osvaldo, chiedere a mia madre di esserne la protagonista, che balli nel film e che racconti di lui al pubblico, perché tutti possano conoscere la sua storia, i momenti più importanti della sua vita, quella che ha vissuto come un evento artistico.
Mia madre ha lottato tutta la vita nell’aiutarci a trovare la nostra strada. Si è sacrificata per darci una casa e riuscire a far sì che i suoi figli fossero “qualcuno” in questa vita. E c’è riuscita. Il nostro destino di artisti si realizza grazie a lei.
Perciò, perché il lavoro di Osvaldo, questo artista fondamentale per il tango, non vada perso, oltre a piangerlo, può essere ripreso, diffondendolo.
Questi film sarà il suo lavoro. Ci guiderà nel tragitto. E sarà il nostro angelo protettore per poterlo realizzare. Dovunque sia, di certo desidera essere ricordato mentre balla.
Ieri, nel cimitero, mentre ricevevo le condoglianze ed ascoltavo le offerte di aiuto da parte di chi si avvicinava a dare l’ultimo saluto a Osvaldo, e durante quell’applauso forte, partito da uno dei presenti e che si è prolungato per tantissimi minuti, mi son detto: “Questo non può essere l’addio. L’artista non può morire”.
Vorrei invitare tutti coloro che hanno condiviso con Osvaldo la sua dedizione, la sua passione per questa nostra danza ad accompagnarmi nella realizzazione di un film documentale che renda onore alla sua arte.
L’esperienza mi dice che l’ avvio di una produzione è costoso, richiede tempo, riunioni, sessioni di registrazione, ed in questo momento io non dispongo delle risorse per poterlo affrontare senza aiuto.
Il sostegno può essere espresso in qualsiasi modo: apporti di documentazione, foto, materiale d’archivio, video, e tutto ciò che possa agevolare la concretizzazione di questa realizzazione, anche la semplice diffusione dell’idea.
Miguel Angel Zotto”
(traduzione di Pietro Adorni – 16/1/2010)
Miguel Angel Zotto y Osvaldo Zotto
Pubblicato su Facebook ieri alle 21.26
Hoy al despertar, después de casi tres días de no dormir luego de recibir la noticia, finalmente comprendí que ya no volveré a ver a Osvaldo bailar.
¿Como superar este momento, el más doloroso que he vivido hasta ahora? ¿cómo ayudar a mi madre a superar la situación irreparable? Que un hijo se vaya de este mundo antes que uno es lo más duro que le puede pasar a un ser humano.
A pesar del dolor, siento que la única forma posible de mantener vivo su recuerdo es a través de la preservación de su obra. Hacer una película sobre la vida de Osvaldo, pedirle a mi madre que sea la protagonista, que baile en la película y que le cuente al público sobre él, para que todos puedan conocer su historia, los momentos más importantes de su vida, esa que vivió como un hecho artístico.
Mi madre luchó durante toda su vida por ayudarnos a encontrar nuestro camino. Se sacrificó para darnos un hogar, y lograr que sus hijos fueran “alguien” en esta vida. Y lo logró. Nuestro destino como artistas se cumple gracias a ella.
Por eso, para que la obra Osvaldo, este artista fundamental para el tango, no se pierda, además de llorarlo, se puede continuar con su obra, difundiéndola.
Esta película será su obra. Él nos va a guiar en el camino. Y será nuestro ángel protector para poder realizarla. Donde quiera que esté, seguramente quiere recordarse bailando.
Cuando ayer en el cementerio recibía las condolencias y escuchaba ofrecimientos de ayuda de parte de quienes se acercaron a despedir a Osvaldo, y durante ese aplauso fuertísimo iniciado por uno de los presentes, que se extendió durante interminable minutos, me dije: este no puede ser el adiós. El artista no puede morir.
Quisiera convocar a todos aquellos que compartieron junto a Osvaldo su dedicación, su pasión por esta danza nuestra, a que me acompañen en la realización de una película documental que haga honor a su arte.
Mi experiencia me dice que la puesta en marcha de una producción es costosa, requiere tiempo, reuniones, sesiones de grabación, y en este momento yo no cuento con los recursos para encararlo sin ayuda.
El apoyo puede manifestarse de cualquier manera: aportes de documentación, fotos, material de archivo, videos, y todo aquello que pueda facilitar la concreción de esta realización, incluyendo la simple difusión de la idea.
Miguel Angel Zotto
Osvaldo y Lorena
Posted By Pietro on 9 gennaio 2010
Osvaldo Zotto – Altro lutto nel tango argentino.
Posted By Pietro on 9 gennaio 2010
Il ballerino e maestro di tango, fratello minore del più grande ballerino e produttore di spettacoli di tango del momento, Miguel Ángel Zotto, è morto di un infarto venerdì pomeriggio scorso, a Buenos Aires. Aveva 46 anni. Ne hanno dato notizia i suoi parenti dicendo che è stato trovato morto nel suo appartamento, nel quartiere di Boedo, dal suo amico, ed anche ballerino, Andrés “Tanguito” Cejas.
Le sue spoglie verranno vegliate a partire dal mezzogiorno di questo sabato in una casa funebre in Ramiro de Velazco 1078, nel quartiere porteño di Villa Crespo, in cui fino a ieri è stato vegliato il corpo del suo amico e milonguero Pedro “Tete” Rusconi, morto giovedì.
La causa presunta della morte è stata un infarto, secondo i medici dell’ambulanza, ha affermato Ricardo Franquello, un milonguero amico di Zotto, giunto prima che lo portassero via.
Osvaldo Zotto è stato compagno di ballo e di vita della produttrice e ballerina di successo Mora Godoy, di Lorena Ermocida, ed ultimamente ballava con Giselle Avanzi.
La coppia con Lorena Ermocida si era formata ad inizio 1997 e due anni più tardi erano stati invitati da Julio Iglesias a ballare nelle sue apparizioni, quando il cantante spagnolo aveva cominciato a cantare il tango. Sempre con Lorena Ermocida erano stati invitati dall’Orchestra Sinfonica dell’Hollywood Bowl, con la quale avevano ballato davanti a 50.000 persone, a Los Angeles.
Sono stati coppia ospite anche al festival “Buenos Aires Tango en France 2″, nel Teatro Nazionale Chaillot di Parígi, ed hanno partecipato ai festival più importanti del mondo, quali quelli di Madrid, Sitges, Granada, Roma, Genova, Torino, Bologna, Amburgo, Hannover, Miami e Buenos Aires.
Hanno inoltre fatto parte della compagnia “Tango x 2″ nelle sue due opere “Una Noche de Tango” e “Perfumes de Tango”, con la quale si sono esibiti in Inghilterra, Germania, Italia e Stati Uniti, oltre a condurre “Perfumes de Tango” nella città di Mar del Plata.
(sintesi e traduzione di Pietro Adorni – 9/1/2010)
Da http://www.infobae.com/espectaculos/494298-101096-0-Murió-el-bailar%C3%ADn-tango-Osvaldo-Zotto
E’ morto Tete Rusconi…
Posted By Pietro on 8 gennaio 2010













